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ilCronista.eu
 
 
19 ottobre 2017

 

AFRIKA NERA, GERMANIA BIANCA

 

Incatenato al letto d’un carcere, bruciato vivo, nessun colpevole


Si conclude in questi giorni ad Halle una vicenda di ordinaria barbarie, marginalissima nella sua entità, ma che da anni fa capolino sui media tedeschi, giusta lode all’adagio secondo cui i morti non si contano ma si pesano, sulla bilancia che misura il tornaconto dei padroni di giornali e tivù, nonché la rendita elettorale dei politicanti.

 

di Gian Carlo Scotuzzi

 

La nostra storia inizia il 23 marzo 1991 a Freetown, capitale della Sierra Leone, landa tra le più miserabili d’Africa e del mondo, affacciata sull’Atlantico.
Sono le tre del pomeriggio quando una pattuglia di gendarmi col mitra, preposta a presidiare un albergo lungo la Marina, il quartiere dei turisti e della ricca borghesia locale, intercetta un gruppetto di giovani che schiamazzano. Costoro sono cenciosi, dunque sospetti. Alle domande dei poliziotti, che parlano l’inglese dell’unico distretto sierraleonese dove impera la lingua ufficiale sedimentata dai colonialisti sin dall’Ottocento, rispondono in temne. Cioè nella parlata corrente nel Nordest, regione di strapoveri. I giovani sono doppiamente sospetti. Non hanno in tasca che pochi spicci di leone (valuta ufficiale del Paese). Vengono indotti ad allontanarsi.
Fa niente: anche i quartieri che a Freetown si espongono al sole danaroso dell’Occidente, sono pur sempre un sogno per gli amici che vengono dall’inferno di squallore dove si parla il temne. Sono partiti stamane da Kabala e per molte ore hanno traballato sull’autobus, lungo 250 chilometri di strade in gran parte sterrate e polverose.
Tra loro c’è Oury Jalloh, nato il 2 giugno 1968 a Kabala. Anche lui è venuto nella capitale spinto dal desiderio di godersi una giornata in riva al mare, che non ha visto mai.

Oury sobbalza sull’autobus di ritorno quando apprende dai viaggiatori che è scoppiata la guerra civile. S’interroga sul futuro, ma si consola pensando che peggio di così le cose per lui non potrebbero andare. Ha 23 anni. Non ha un lavoro, come la maggior parte dei coetanei di Kabala. Non ha motivi per imbracciare il fucile e unirsi a una delle due fazioni in campo. È notorio anche per lui come siano al soldo di signori della guerra che condividono identica, speculare motivazione e obiettivo: accaparrarsi i maggiori profitti dallo sfruttamento delle principali risorse del Paese. Cioè diamanti e minerali di ferro.
Quel che Oury, in questa tarda serata del 23 marzo 1991, non può conoscere è il motivo della guerra. Le multinazionali d’Europa e d’America, cui il governo ha appaltato lo sfruttamento delle ricchezze estrattive, hanno rotto i patti sulla spartizione del bottino. Da un lato il governo, spalleggiato soprattutto dalla vicina (locupleta nazione petrolifera) Nigeria e dalla Gran Bretagna, dall’altro i ribelli, spalleggiati dagli Stati che, dal ridimensionamento dei primi due, puntano su un incremento della propria influenza. Lo squilibrio degli schieramenti dice subito l’epilogo del conflitto, che il primo ministro inglese Tony Blair dà per scontato dalle prime mitragliate. Eppure il macello si prolungherà per 11 anni, foraggiato dai mercanti internazionali di armi e da torme di soldati volontari che imbracciano il fucile per sfuggire alla disoccupazione.

Alle prime scorribande delle masnade che saccheggiano e uccidono anche a Kabala, Oury segue i genitori, originari della Guinea, ove si trasferiscono. Per Oury è la prima tappa di un girovagare che, nel 1998, a 30 anni, lo spinge a raggiungere connazionali in Germania.
Oury vi chiede asilo politico. Gli viene negato, ma lui rimane, da clandestino. Vivacchia di espedienti. A Berlino e in altre metropoli allemanne la vita, per gl’immigrati irregolari, si fa sempre più grama a misura in cui la concorrenza s’infoltisce perché le guardie confinarie sono comandate a chiudere un occhio. Gli industriali hanno iniziato l’Operazione Operai Freschi e Mansueti. Vuol dire che, nelle piccole come nelle grandi aziende, si recuperano profitti licenziando gli operai tedeschi anziani e ben retribuiti, nonché protetti da una rete di guarentige che per i padroni significa soltanto alto costo del lavoro. E al posto dei prepensionati o dei licenziati si assumono immigrati extracomunitari, che sgobbano un sacco, non scioperano, non rivendicano e si guardano bene dall’ammalarsi. Insomma un ritorno all’opificio ottocentesco, quando la manodopera era voce modesta del ciclo produttivo.
Ma la vita di fabbrica non fa per Oury. Che finisce con l’imbrancarsi, per dirla con le mamme che mitigano le colpe dei figli con una chiamata di correo, in una cattiva compagnia. Si droga e ne spaccia, tanto che sarà condannato a tre anni e mezzo (con una sentenza che il decesso di Oury bloccherà al primo stadio).

Oury ha 34 anni quando, il 18 gennaio 2002, la guerra civile in Sierra Leone finisce. Ha fatto 50 mila morti. Ha costretto due milioni di persone ad abbandonare la propria casa: oltre mezzo milione ha cercato rifugio nei Paesi vicini, di cui 370 mila in Guinea. Soltanto una parte di costoro potrà rientrare in Patria. A Freetown i belligeranti, ormai rientrati nel ruolo esclusivo di soci in affari, calcolano quanto hanno guadagnato dalla guerra civile: soltanto per i diamanti, il loro valore si è moltiplicato per dieci.
Oury potrebbe tornarvi, in Sierra Leone. Tanto più che, avendo motivato la richiesta di asilo con la guerra civile nel suo Paese, ora non avrebbe più motivo di ottenerlo, ammesso volessero concederglielo.
Ma tornare in Sierra Leona a fare che? Il Paese è ridotto a 6,5 ml di abitanti. Oury ha visto alla televisione le immagini di Freetown densa dei fumi degli incendi, le strade martoriate, ha visto grumi di cadaveri, il viavai dei blindati puntuti di bocche da fuoco, altro che il paradiso del suo primo viaggio nella capitale!
Pensa a Kabala. Alla placca arida irregolare, larga mediamente due chilometri e mezzo, disseminata da edifici a un piano, di mattoni e latta, quando non di paglia, il tetto piatto e calcinato come tutto il resto. Nelle immagini dall’elicottero che una volta ha visto in tivù Oury faticava a distinguere le casupole dalle strade e dagli slarghi polverosi. E su questa placca pulsano e in quasi totalità soffrono 44 mila persone. Per il grosso poverissimi, disoccupati, tanti i malati. Nessuno sa nulla, vuol sapere nulla. Del resto, a che pro? Le scuole di Kabala sono tutte confessionali, non precettano né scienza né tecnica. C’è una moschea, per il 60% della popolazione musulmano, qualche luogo magico per il 30% animista, la chiesa per il 10% cattolico. C’è un cinema, un night club, qualche mercatino coperto, gestito da mercanti libanesi, che funge anche da luogo di socializzazione, con il maxischermo dove tifare i Bintumani Scorpions, la squadra di calcio che gioca in prima divisione. E ovunque le ferite croniche dell’indigenza estrema, della disoccupazione. E sesso. Le donne sierraleonesi fanno una media di 4,8 figli a testa. Meno di quanti ne ha fatti Frauke Petry, alfiere tedesco dell’AFD, il partito della non-accoglienza degl’immigrati «che partoriscono come conigli», ma è competizione impari: in Germania la mortalità infantile è risibile, in Sierra Leone svetta ai massimi livelli mondiali: 77 permille. Vero è che a Dessau o a Monaco o a Berlino i figli sono quasi sempre l’esito di scelte ragionate e calibrate al reddito. A Kabala i figli nascono per caso: non si usano contraccettivi, si ignora l’aborto. E nascono anche perché ambiti, per soddisfare atavica e insensata aspirazione genitoriale: i sondaggi demoscopici indicano che le giovani donne aspirano «ad almeno cinque figli» e che i maschi ne vorrebbero «almeno sette», giacché il sogno di arricchirsi con le greggi va alimentato con braccia per accudirle.
Del resto, che fanno un uomo e una donna in età di sesso a Kabala? La televisione è lusso di chi ha anche i soldi per comprarsi un generatore, visto che l’elettricità è negata al 95% della popolazione; in campagna, dove vive il grosso di famiglie che al 70% campano di agricoltura, la rete elettrica serve una casa su cento. E fuori casa le distrazioni, per chi non possa alimentare le macchinette libanesi mangiasoldi o pagarsi la consumazione al bar, son rare. Soltanto il tradizionale picnic di capodanno raduna, sulla collina a est della città gran folla, gonfiata anche dei villaggi vicini, con spettacoli gratuiti e piadine farcite a buon mercato.
Dunque, perché mai Oury dovrebbe desiderare di tornare a Kabala, dove la guerra civile è finita, certo, ma dove povertà e disoccupazione sono eterne, e dove comunque l’evoluzione sociale è arretrata di secoli rispetto alla Germania?

Così Oury rimane a Dessau. Convive con una tedesca. Fanno un figlio, che danno subito in adozione. Con che testa, e con che soldi, avrebbero potuto mantenerlo? Per contro, cederlo a una coppia che di figli non può averne riscuote la loro riconoscenza. Cospicua. Al punto che la cessione innesca il rituale sospetto: c’è di mezzo un contratto occulto di utero in affitto? Illazione infame, ma le chiacchiere da birreria debordano dove han voglia loro.
Eppure Oury non riesce ad ambientarsi in questa paciosa cittadina di 90 mila abitanti. Linda, ordinata, dove il discreto frinire dei suoi tram variopinti sembra rimarcare la propensione degli abitanti alla quiete. Un acquerello dove Oury risalta e stride come una chiazza impazzita. Si fa notare perché schiamazza, beve, si droga.
Ed è appunto chiassoso, ubriaco e tossico che il mattino del 7 gennaio 2005 una pattuglia della polizia di Dessau lo intercetta. Gli chiede i documenti. Lui li nega. Gli rilevano nel sangue un tasso alcolico del 2 permille. È palesemente drogato, secondo i poliziotti. Lo portano al commissariato, dove Oury – sempre nella ricostruzione dei verbali di polizia – dà in escandescenze, fa resistenza. In breve: lo portano nello scantinato e lo rinchiudono in cella. È un locale lindo di piancito, di piastrelle e di arredi essenziali. Siccome Jalloh si agita e scalcia, lo incatenano mani e piedi al telaio metallico della branda.

Alle ore 12 il corpo di Oury prende fuoco e brucia per 20 minuti. Quando scendono dal piano di sopra e spengono il fumacchio, Oury è irriconoscibile, quasi carbonizzato.
Che è successo?
Il magistrato convalida la tesi dei poliziotti: Oury si è suicidato. – Ecco, signor giudice, l’accendino con cui si è dato fuoco, lo abbiamo trovato accanto alla branda, hanno raccontato i gendarmi.
– E non avete sentito le sue urla?
– Non potevamo, perché il microfono nella cella era spento.
– E perché era spento?
– Perché quello si agitava come un matto, io che stavo nella guardiola a piano terra non sentivo nulla della telefonata che stavo facendo, così ho spento l’audio.
– E la televisione a circuito chiuso? Non ha visto sullo schermo che quello bruciava?
– Signor giudice, non ci ho fatto caso, sa, non è che posso stare sempre appiccicato davanti alla tivù a vedere cosa si combina di sotto.
– Beh, vediamo la registrazione di questi video…
– Li stiamo cercando…
La tesi del suicidio non convince gli amici e i parenti di Oury, che si rivolgono a un avvocato. Anzi, a un’avvocata ch’è da molti anni l’incubo dei pubblici ministeri tedeschi. Si chiama Gabriele Heineke. Tostissima, è impegnata a tutelare i diritti civili dei marginali, dai contestatori del G20 ai profughi ai rifugiati a ogni minoranza conculcata. È lei a demolire la tesi del suicidio. Con questi argomenti.

L’accendino
Non ci sono prove che si trovasse nella cella al momento del rogo, altrimenti lo si sarebbe trovato subito. Invece è saltato fuori soltanto in seguito.
Una cella di sicurezza, in una stazione di polizia, ha arredi indispensabili. Letto, materasso. E il detenuto viene perquisito prima di essere chiuso in cella. Se gli avessero trovato addosso un accendino, gli sarebbe stato sequestrato, come da regolamento.
In ogni caso l’accendino esibito al giudice dai poliziotti non presenta alcuna delle tracce fisico-chimiche che presenterebbe se si fosse trovato in prossimità delle fiamme e dei fumi prodotti dalla combustione degli abiti e del corpo di Jalloh.

Le catene
Jalloh era incatenato mani e piedi. Anche se avesse avuto in tasca un accendino – ipotesi puramente accademica, come dimostrato – gli sarebbe stato impossibile recuperarlo.

Il rogo
Tutti i periti consultati concordano: le fiamme non si sarebbero potute sviluppare così violentemente, al punto da rendere il corpo irriconoscibile, e così a lungo (20 minuti) se non fossero state avviate da fomite e alimentate da sostanze infiammabili. Tantopiù che il materasso della cella era ignifugo. Né la struttura della cella avrebbe potuto contribuire ad alimetare le fiamme, visto che è tutta piastrellata.

L’autopsia
Sul cadavere di Oury non è stata trovata traccia di ormoni dello stress. Significa che Jalloh, prima di morire, non ha provato lo strazio né delle fiamme né del soffocamento dai fumi della combustione. Ancora: i medici non hanno trovato traccia, nel cadavere, di monossido di carbonio. Conseguenza scientificamente inoppugnabile di queste due mancanze: quando ha preso fuoco, Oury era già morto.
Un solo perito azzarda una seconda spiegazione alla mancanza di ossido di carbonio nei polmoni: che Oury fosse in stato d’incoscienza. Ma, repliciamo noi: come si fa a essere incoscienti sino al punto di non respirare?!

I video
Come ogni stazione moderna della polizia tedesca, anche quella di Dessau è farcita di telecamere. Che, prima di essere spente dal poliziotto nella guardiola, funzionavano. Ai giudici sarebbe bastato esaminare le riprese negli scantinati, dove si trovano le celle, e nei locali superiori per scoprire tutto: le condizioni del detenuto prima dell’incendio, chi lo ha appiccato, che cosa stavano facendo gli agenti di turno al piano superiore e perché hanno atteso 20 minuti prima di intervenire. Invece il magistrato inquirente non ha potuto scoprire nulla di tutto ciò perché i video del 7 gennaio 2005 sono spariti.

Ci sono dunque molti sospetti che meritano di essere chiariti. Per farlo, bisognerebbe arruolare esperti (ingegneri, medici…) che producano una controperizia da presentare alla magistratura. A Dessau non c’è nessuno che abbia buoncuore o interesse e soldi per pagare una revisione del processo. Ma a Berlino sì.
In decenni d’immigrazione più o meno legale e più o meno a buon fine dal punto di vista dell’inserimento sociale, si sono aggregati sodalizi di africani e di altre comunità allo scopo di cogliere tutte le opportunità, legali ed economiche, offerte dalla Repubblica Federale. Cioè: avviamenti privilegiati al lavoro, sussidi di disoccupazione, alloggi popolari, scuole, assistenza sociale e sanitaria, contributi assistenziali a vario titolo. Nella manna che piove dal più ricco Stato europeo sugli immigrati c’è anche l’ingrediente Diritti Civili. La Germania non è la Sierra Leone, dove puoi essere svegliato di notte dal crepitio dei mitra e vederti piombare in camera armigeri, statali o mercenari di qualche multinzionale o di qualche signore della guerra, che ti bruciano la bicocca dopo averti sequestrato o ammazzato la famiglia. Le scorribande che macellano i cittadini a decine non sono rare e restano impunite. Nessuno, né in Afrika Nera e neppure nell’Europa più candida si dà gran pensiero se in un villaggio sierraleonese si macella la gente a grappoli.
Ma in Germania no, qui siamo nella Civiltà, qui non si tollera neppure un omicidio che uno. A maggior ragione se lo si sospetta perpetrato da un funzionario dello Stato. Qui il poliziotto che sbaglia paga il danno: alla società tutta che ha offeso e alla famiglia della vittima. Oppure – alternativa cosiddetta “all’italiana” e non esclusa dai parenti delle vittime, ancorché disdegnata dall’Autorità – si chiude un occhio sulla sanzione penale verso l’omicidia ma si tengono entrambi spalancati sul risarcimento monetario a favore dei parenti delle vittime. L’alibi morale al dimezzamento della giustizia è: «Mandare in carcere il poliziotto che ha ucciso nostro figlio non ce lo riporterà in vita, ma compensare questa assoluzione con una maggiorazione del nostro indennizzo contribuirà a lenirci il dolore e ad allevare meglio la nostra discendenza».
Con questo non vogliamo insinuare che questa propensione alla trattativa a fine di lucro abbia inquinato il puro desiderio di giustizia nel caso Oury Jalloh, ma è un fatto che, a sostegno dell’arso di Dessau, a Berlino si forma un Comitato che in breve raccoglie 100 mila euro.
Così ci sono i soldi per affrontare le spese legali e peritali del processo, che si apre il 27 marzo 2007 e che durerà 59 giorni. E ci sono anche i soldi per far arrivare da Kabala la madre della vittima, Mariama Djombo Diallo (morirà nel 2012). Viene esibita ai fotografi, preziosa associazione ideale, in un contesto dove la famiglia è il massimo valore positivo. Come non provare compassione per una madre venuta dall’Africa a invocare giustizia per il figlio, prematuramente strappatole alla verde età di 36 anni e 7 mesi, con un’agonia da barbarie medievale?
La prima sentenza smentisce in parte la versione ufficiale della polizia e condanna i due poliziotti, responsabili della custodia di Oury, a due anni, per omicidio preterintenzionale. Cioè: non avevano alcuna intenzione di uccidere il detenuto, ma lo hanno ucciso in conseguenza di inadempienze minori.
Ma l’anno dopo i due sono assolti in appello, «per mancanza di prove».

Il Comitato, sorto con il proclamato obiettivo di dare ridondanza mediatica a un caso giudiziario ritenuto inquinato da leggerezza investigativa se non anche da favoritismo verso poliziotti presunti colpevoli, riesce nel proprio intento. Il Caso Jalloh fa notizia. Perché?
Perché il popolo tedesco rilutta alle ingiustizie e vuole vederci chiaro ovunque ce ne sia puzza. Ma fa notizia soprattutto perché contiene due elementi persuasori occulti, funzionali al consenso di ogni regime. Primo elemento: gli scandali appagano il bisogno popolare di capri espiatori, di esecuzioni esemplari, anche se a salire al patibolo potrebbe essere un funzionario dello Stato. Il cittadino si china meno malvolentieri dinanzi alla Legge se riscontra che anche i potenti sono costretti a ossequiarla. Secondo elemento: il Caso Jalloh appaga l’ansia di quei tedeschi che hanno motivo d’invocare la fine di un’immigrazione dalla quale non traggono alcun beneficio (a differenza di chi se ne avvale, dai padroni delle ferriere a ogni sfruttatore di manodopera a buon mercato) e dalla quale anzi sono angariati. Strade e parchi allemanni, un tempo puliti e sicuri, s’inzozzano dei bivacchi di neri e slavi, sporchi, nullafacenti. E nocivi, a giudicare dalle frequenti aggressioni, che ogni qualche mese montano reazioni di massa evocative e annunciative di pogrom. In questo contesto di crescente e motivata – ancorché a volte contrastante con la tolleranza luterana e la carità cristiana – esterofobia, la pena capitale inflitta a un afrikano incapace di adattarsi ai canoni elementari della convivenza civile tedesca, è vissuta come un atto estremo, certamente patologico, di quella Giustizia che la fisiologia legale della Germania non è più in grado di onorare.
Si tratta di un sentimento inconfessabile sui media e a viso aperto, perché implica apologia del reato di linciaggio, ancorché ritorsivo, e connota chi lo esprime come cultore dell’atavica non-legge del taglione: Loro, gli afrikani e gli slavi e ogni altro forestiero remoto, vengono qui a calpestare le nostre leggi, a sottrarci case e parchi e lavoro, a molestare le nostre donne, a spacciare droga ai nostri figli… ed è sacrosanto che noi, quando ne abbiamo l’occasione, se ne sfoltisca un po’. A bastonate o a pallottole. O sul rogo improvvisato nell’interrato d’un commissariato di polizia.
È un sentimento che ingrossa i partiti nati per far diga all’immigrazione, che si sfoga esplicitamente in birreria e nei partiti di estrema destra, propugnatori di un ritorno alla Germania dei Tedeschi ripulita da etnie valutate non assimilabili e dunque ammorbanti e destinate, in conseguenza della loro prolificità belluina, a soffocare, per preponderanza numerica e stili di vita, il ceppo autoctono.
Ecco da dove viene il successo mediatico del Caso Jalloh: dalla somma di bisogni collettivi che spaziano dal giustizialismo trasversale (gli abusi della polizia vanno puniti, chiunque ne sia vittima) all’esterofilia delle sinistre (che hanno sostituito al terzomondismo politico l’accoglienza indiscriminata di quanti si proclamano vittime del colonialismo) alla tutela anche giurisdizionale di quel cosmopolitismo economico cui la globalizzazione del mercato del lavoro è essenziale. Non fu forse il capo della Confindustria di Berlino a invocare l’importazione a milionate di extracomunitari per soddisfare il bisogno di braccia degli opifici tedeschi? E non è forse il capo del governo a benedire la NATO che bombarda le popolazioni dei Paesi africani e asiatici affinché siano costretti a fuggirne e a venire a lavorare qua?
Sicché lo stamburamento del caso Oury Jalloh funziona.

A giugno 2017 il caso viene riaperto. Stavolta a una quarantina di chilometri da Dessau, ad Halle, cittadina sassone di 232 mila abitanti, capitale giuridica distrettuale. Il procuratore generale Jürgen Konrad ha avocato un’indagine reputata non lineare. Le autorità, da quelle in toga a quelle nei palazzi di governo, sono stanche di essere messe alla berlina per presunto scarso rendimento sul lavoro. Giudici e politici sono implicitamente accusati di puntare, nel caso Jalloh, non già alla verità, bensì al suo offuscamento.
Qualcono ipotizza che lo “scarso rendimento” di magistratura e polizia sia invece “eccelso rendimento”; che cioè gl’inquirenti si siano fatti carico di soddisfare l’auspicio cui abbiamo accennato: chi viene in Germania a delinquere rischia di lasciarci le penne.
Ma adesso, con la discesa in campo degli indipendentissimi giudici di Halle si cambia registro. O almeno è quanto il Comitato pro-Oury dà per scontato.
In effetti alla procura di Halle lavorano come matti: in meno di tre mesi, ferie incluse, il procuratore Konrad analizza le migliaia e migliaia di pagine accumulate da un’inchiesta che dura da circa 12 anni e mezzo, cioè dall’arrostimento di Jalloh (7 gennaio 2005, ricordiamo).

Ma in questi giorni da Halle arriva una batosta per il Comitato: la procura generale ha archiviato il caso, «perché non c’è niente su cui valga la pena indagare di nuovo».
L’avvocata Gabriele Heineke ha annunciato il ricorso al tribunale di Strasburgo.

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