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STAMPA ESTERA
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DA MONDIALISATION.CA


Perché l’ingerenza è reazionaria


di Bruno Guigue

Traduzione di Rachele Marmetti

 

L’epoca in cui viviamo è feconda di giochi di prestigio ideologici. Uno dei peggiori è, ahimè, aver fatto passare l’ingerenza per idea progressista. L’interventismo occidentale si fa scudo dei “diritti dell’uomo” per liquidare – o destabilizzare – governi sgraditi alla NATO. Invoca volentierila “democrazia” per farsi beffe della sovranità di altri Stati. Può persino accadere che capitalisti forniscano armi a pretesi “rivoluzionari” arabi con il plauso delle organizzazioni di sinistra occidentali, felicissime di poter fornire un suggello progressista a operazioni della CIA.
L’inganno è possibile solo a prezzo di un rifiuto di non poco conto, quello del senso veritiero di “democrazia”. Duemilacinquecento anni fa un certo Aristotele sosteneva che «le deliberazioni dei cittadini non possono che riguardare le questioni che dipendono da noi, non dagli Sciti» [1]. Poiché questo solido buon senso è stato messo nel cassetto, la modernità post-comunista ha partorito un bislacco principio, il “dovere d’ingerenza”, in nome del quale i rappresentanti del Bene si ritengono autorizzati ad annientare gli scherani del Male, prescindendo dalle frontiere. Cauzione morale all’intervento in casa d’altri, il dovere d’ingerenza designa in realtà il diritto all’annientamento del vicino non gradito.
Formulato agli inizi degli anni Novanta, questo preteso “dovere” morale intendeva denunciare «l’arcaica teoria della sovranità degli Stati, sacralizzata a protezione dei massacri» (Kouchner). Arcaica “la sovranità degli Stati”? Non è esattamente così. In realtà si tratta della sovranità soltanto di alcuni Stati, il cui torto è opporsi all’egemonia occidentale. La dottrina del dovere d’ingerenza, sposando gli interessi dello Stato Profondo USA, serve soprattutto a far girare le rotative della menzogna per giustificare nuovi massacri. Il dovere d’ingerenza è un felice connubio di ghiandole lacrimali e bombardamenti chirurgici. Opera una sorta di miracolo in cui le indignazioni umanitarie coincidono, come per incanto, con le strategie imperialiste.
Il diritto dei popoli a sbrigare da sé i propri affari non conta, poiché la sovranità nazionale è accantonata in nome della “democrazia” e del “progresso”. “Arcaica” viene definita! Per i partigiani dell’ingerenza, “la volontà generale” è una di quelle anticaglie date in pasto alla critica devastatrice dei sorci. Un popolo è libero se può scegliere le leggi cui sottomettersi, non può essere soppiantato, se non con la forza. Ma, il nume tutelare delle masse incolte sa cosa è bene per esse. L’ordine politico deve dipendere dal consenso dei cittadini e non dall’intervento straniero? Ebbene, affidandosi alle virtù pedagogiche dei B52, i benefattori dell’umanità vi provvedono.
È semplice: schernendo la sovranità nazionale, l’ingerenza imperialista nega la sovranità popolare. Cancella il diritto dei popoli all’autodeterminazione e vi sostituisce l’obbligo di profondersi in ringraziamenti a quelli che decidono per loro. Sostituisce la democrazia dal basso (l’unica possibile) con una “democrazia” dall’alto, imposta manu militari da potenze straniere. Anche supponendo che l’intenzione sia buona (cosa che non è), l’ingerenza consiste nel trattare i popoli che pretende soccorrere da minorenni irresponsabili.
Qualcuno sosterrà che tutti mettono in atto l’ingerenza, per questo non è possibile incriminare un Paese e assolverne un altro. È falso. Dal 1945 gli Stati Uniti sono intervenuti in Paesi stranieri 50 volte. Una simile tesi relativistica è difficilmente sostenibile. S’incrimina la Russia, ma questo Paese ha cinque basi militari all’estero, gli USA ne hanno invece 725, e il budget militare russo è pari all’8% di quello del Pentagono. Infine, Mosca, a differenza di Washington, non finanzia organizzazioni terroristiche, non denuncia trattati di disarmo, non infligge alcun embargo alle popolazioni, non fa assassinare alcun capo di Stato e non minaccia alcuno con le armi nucleari.
Come in passato, anche oggi l’ingerenza è l’arma usata da élite abbarbicate ai propri privilegi. Nel 1790, quando i Giacobini erano ancora una forza in embrione, la stampa fedele al re faceva pressione sulle teste coronate affinché intervenissero per mettere fine alla Rivoluzione. Il pubblicista inglese Edmund Burke predicava una crociata i cui protagonisti sarebbero stati «i vendicatori degli affronti e degli oltraggi inflitti alla razza umana». Le monarchie europee hanno l’obbligo morale, sosteneva Burke, di «mettere in condizioni di non nuocere, una volta per tutte, una nazione agitata e malefica». La minaccia del duca di Brunswick di «distruggere Parigi» e l’invasione della Repubblica da parte di truppe della Coalizione saranno risposte a questo appello.
Assediata in ogni direzione da quattordici potenze straniere, dal 1917 al 1921 la giovane Repubblica dei soviet subirà la stessa sorte. Come nel 1793 la Repubblica francese, la Repubblica dei soviet uscirà vittoriosa da una guerra senza pietà contro nemici interni ed esterni. Schiacciata dalla macchina da guerra fascista, la Repubblica spagnola del Frente popular non avrà altrettanta fortuna. A loro volta, vietnamiti e cubani dovranno combattere duramente per respingere un imperialismo che già si era sbarazzato di molti governi progressisti, da Mossadeq e Lumumba a Sukarno, Goulart e Allende. Arma prediletta delle classi dominanti, l’ingerenza non è mai stata al servizio dei popoli.
E perciò i progressisti dovrebbero avere buoni motivi per condannarla. Dovrebbero ascoltare Robespierre che tuonava contro «la mania di rendere una nazione libera e felice, suo malgrado», ricordava che «Parigi non è la capitale del mondo» e che «nessuno ama i missionari armati». Ed è Robespierre, che rappresentava l’ala sinistra della borghesia rivoluzionaria, ad affermare che l’Europa non sarà sottomessa dalle «prodezze guerriere», ma dalla «saggezza delle leggi». Lui, l’antischiavista, il partigiano del suffragio universale e delle leggi contro l’indigenza, e non quei Girondini affaristi – tanto cari a Michel Onfray – che sognavano di riempirsi le tasche sottomettendo i Paesi vicini.
Poiché consiste nel conculcare la volontà dei popoli, l’ingerenza è reazionaria. Nessuna dottrina delle circostanze attenuanti, nessuna religione dei diritti dell’uomo riuscirà a farla apparire più fulgida, aspergendola con acqua benedetta. Non ci si può avvalere dell’universalismo se non per applicarlo a se stessi, non per dare lezioni ad altri.  Nulla ci si può aspettare dalla destra, che finisce sempre per obbedire alla potenza del denaro. Ma ciò che resta della “sinistra” occidentale trarrebbe profitto meditando sugli insegnamenti della storia. «Il proletariato vittorioso, diceva Engels, non può imporre la felicità ad alcun popolo straniero senza con ciò minare la propria vittoria», e Lenin affermava, contro i compagni marxisti, «il diritto delle nazioni di disporre di loro stesse, in ogni circostanza».
Ne prendo atto.

[1]
«… nessuno Spartano delibera sulla migliore forma di governo per gli Sciti. Infatti, nessuna di queste cose può dipendere da noi. Invece deliberiamo sulle cose che dipendono da noi, cioè su quelle cose che possono essere compiute da noi». Aristotele, Etica Nicomachea, Libro III, La deliberazione.
Ndt.

ORIGINALE:
Pourquoi l’ingérence est réactionnaire

Copyright © Bruno Guigue, Mondialisation.ca, 2017

 

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