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Rachele Marmetti
..Traduzioni dalla stampa francese - rachele@ilcronista.online
 

 

DA LE MONDE, EDIZIONE PER ABBONATI

 

Amianto, il diniego della giustizia

 

di Benoît Hopquin

 

Con la collera che ci attanagliava le viscere, la sorsa settimana abbiamo letto l’articolo in cui il collega Bertrand Bissuel rivelava che la giustizia si appresta a chiudere la parte penale della questione amianto. La Procura di Parigi propone di lasciar cadere le azioni giudiziarie per la maggior parte dei casi aperti dal 1996. Anche i giudici istruttori sembrano propendere per il non luogo a procedere, causa l’impossibilità di poter dire quando, con esattezza quando, nei corpi di vittime che per decenni hanno inalato un veleno che agisce adagio, si sono scatenate le malattie che li consumano a fuoco lento. Vent’anni di procedimenti e montagne di documenti sequestrati con perquisizioni spettacolari non saranno serviti a niente.
Ci sarà mai un processo per l’amianto? Non un’oncia di responsabilità, non una lezione, non un giudizio da trarre? Nondimeno questo scandalo è limpido come l’acqua. Con gli industriali che spargevano ai quattro venti questa “fibra miracolosa”, questo “oro bianco” che li ha arricchiti uccidendo, ieri, oggi e ancora per lungo tempo. Con gli scienziati che coprivano questo misfatto con la loro rassicurante aura di credibilità, che aggiungevano intossicazione intellettuale a intossicazione fisica. Con i poteri pubblici che giravano vigliaccamente la testa di fronte a una pericolosità documentata da un secolo e affidavano la gestione del pericolo a chi ne traeva profitto. E anche con i sindacati che a lungo hanno negato l’inquinamento in nome del posto di lavoro, una moderna versione del celebre adagio popolare: quando i camini fumano, fuma anche la zuppa.
La stessa collera, quella che ci attanaglia le viscere, certamente roderà mille volte di più le vittime. Ma questi malati non hanno diritto nemmeno all’indignazione, loro che permanentemente cercano un filo d’aria da far scendere nei polmoni. La collera li farebbe soffocare ancora di più. E tutti quei ragazzi, di cui le dignitose vedove brandivano foto di proletari vestiti a festa, durante le manifestazioni della disperazione, da Dunkerque a Tolone, passando per Condé-sur-Noireau, Saint-Nazaire, Pont-à-Mousson, ecc., in un interminabile Tour de France della sciagura, tutti quei giovani non avranno diritto nemmeno all’elemosina di un’arringa, di una verità, di scuse postume?
Ci tornano alla mente, intatti nella loro brutalità, i ricordi degli uomini e delle donne incontrati a Cherbourg quindici anni fa. I lavoratori dell’arsenale o dei cantieri navali ci raccontavano il loro passato, le giornate trascorse, sdraiati, il naso su un pagliericcio d’amianto, a saldare placche di sottomarino o a levigare chilometri di tubazioni nelle corsie. Respiravano tutta la giornata questa fibra ignifuga dai nomi così graziosi: anfibolo (amianto blu) o crisotilo (amianto bianco). «Quando lavoravo in un pozzo di missile, vedevo alla luce la polvere bianca fluttuare nell’aria», spiegava poeticamente Pascal Canu, che aveva 45 anni e delle placche pleuriche.
Poi le medesime persone ci raccontavano il loro presente, fatto solo dell’inesorabile progressione della malattia. Il fiato sempre più corto, fino al punto di non poter salire una scala senza fermarsi, poi dieci gradini, poi cinque… La tosse sempre più rauca e dolorosa, come quella di un fumatore. Ed era proprio questo il consiglio dei medici del lavoro: smettete di fumare, o non ce la farete, miei prodi!
Quelli che erano arrivati allo stadio del mesotelioma, il cancro della pleura, sapevano di essere condannati. Aspettavano che arrivasse il momento, il bombolone d’ossigeno accanto, il corpo smagrito, a volte scarnificato, fuscello di vita che aspetta solo di essere spazzato via. «È morto in condizioni spaventose, dopo un anno di sofferenza, di decadimento», ci spiegava Jacqueline Gamard, il cui marito Daniel se n’era andato a 54 anni. «Bisognerà un giorno dirgli, a loro, ai responsabili, tutto il male che ci hanno fatto», si ribellava Jacqueline. Un’aula di tribunale sarebbe un luogo appropriato.
Nel 2013 Francesco Mauro Iacoviello, membro della Corte suprema italiana, ha annullato la condanna di Eternit e del suo proprietario che aveva avvelenato la piccola città piemontese di Casale Monferrato. Iacoviello si è giustificato così: «Talvolta accade che diritto e giustizia prendano direzioni opposte. I magistrati non possono scegliere: devono seguire il diritto». Perbacco! Il progresso della virtù si deve a gente che pensa il contrario. Le grandi giurisprudenze sono nate dall’audacia, da cause perse che, alla fine, non sono state tali.
In Italia la prescrizione è stata invocata per negare la giustizia in nome del diritto. Il tempo, ebbene ancora il tempo, è l’argomento, apparentemente inoppugnabile, avanzato in Francia. Tempo che per i magistrati trascorre. Tempo che non hanno le 1.700 persone che, secondo l’Istituto di vigilanza sanitaria, muoiono ogni anno. Polvere di tribunali contro polvere d’amianto.
Se il non luogo a procedere dovesse confermarsi, rimane un dossier in cui è riposta una flebile speranza di ottenere un processo penale e una spiegazione pubblica. Mette insieme due procedure distinte, i cantieri navali Normed di Dunkerque e l’università Jussieu, a Parigi. È grazie a quest’ultima che, a metà degli anni Novanta, i misfatti dell’amianto sono stati portati alla ribalta dei media, fino a vietarne l’uso nel 1997. Meglio degli operai murati nelle loro officine e nel loro silenzio di gente modesta, questi intellettuali, ferrati nella scienza e dotati per la parola, erano riusciti a farsi sentire. Possedevano, loro, il savoir-faire e l’arte di far sapere per poter mandare in frantumi la corazza d’impunità e ipocrisie.
Perché è proprio questa la posta in gioco. Non si tratta di condannare responsabili ormai incanutiti, ma di impedire quello che François Desriaux, un rappresentante delle vittime, chiama «un permesso di uccidere accordato, una specie di amnistia anticipata, concessa a quelli che esponessero salariati o consumatori a questo genere di sostanze». Che non accada mai più. È questo l’unico sollievo che possono sperare i sopravvissuti dell’amianto.

 

Originale:

Amiante, le déni de justice

 

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